Il termine “burnout” è diventato sempre più comune nel mondo del lavoro, ma cosa significa veramente?

Il burnout non è semplicemente sentirsi stanchi o stressati; è una condizione di esaurimento fisico, mentale ed emotivo causata da stress cronico legato al lavoro. In questo articolo, esploreremo più approfonditamente cos’è il burnout, i suoi sintomi e le strategie per prevenirlo.

Cos’è il burnout

Il burnout non è, come spesso si pensa, una semplice conseguenza dello stress lavorativo occasionale ma, piuttosto, una condizione che si sviluppa nel tempo a causa di uno stress prolungato e non gestito. Si manifesta con una sensazione di esaurimento emotivo, cinismo e distacco dal lavoro, nonché una diminuzione dell’efficacia professionale. In sostanza, il burnout si traduce in una perdita di energia, motivazione e interesse per ciò che solitamente ci appassiona.

Sintomi del burnout

Avete presente quando si va a letto la sera con la nausea al pensiero che l’indomani si debba andare al lavoro? Quando si dorme male e al mattino si farebbe di tutto pur di non alzarsi? Quando nemmeno l’idea di una bella giornata a contatto con le proprie passioni è più sufficiente a farci tornare il sorriso che il lavoro ci ha tolto? Quando si scoppia in pianti improvvisi dallo stress e ci si sente scoppiare dentro al pensiero di dover affrontare quella determinata pratica?

Ecco in questi casi bisogna chiedersi se siamo in una situazione di elevato tasso di stress occasionale oppure in una condizione di burnout. 

Questi sono solo alcuni esempi, i sintomi del burnout possono manifestarsi in diversi modi e possono variare da persona a persona. Tuttavia, alcuni segnali comuni includono:

  • esaurimento emotivo: sentirsi emotivamente esausti, svuotati e incapaci di affrontare le richieste del lavoro;
  • cinismo e distacco: sentirsi distaccati dal lavoro, dai colleghi e dai compiti che solitamente ci interessano;
  • diminuzione dell’efficacia professionale: sperimentare una diminuzione della produttività, della qualità del lavoro e della motivazione;
  • problemi fisici e mentali: esperienza di disturbi del sonno, mal di testa, ansia, depressione o altri problemi fisici e mentali correlati allo stress cronico.

Secondo un sondaggio condotto da McKinsey Health institute su 30.000 lavoratori in 30 Paesi, il 22% dei lavoratori a livello globale sperimenta sintomi di burnout. In Italia il 16% dei lavoratori ha segnalato sintomi di burnout.

Come Prevenire il Burnout

Prevenire il burnout è fondamentale per mantenere il nostro benessere mentale e fisico e massimizzare la nostra produttività. Alcune strategie utili includono:

  • autocura: rivedi la gestione del tuo tempo prevedendo ogni giorno una finestra da dedicare alle attività che ti rilassano e ti riempiono di energia, come lo sport, la meditazione o la lettura;
  • gestione dello stress: impara a prevenire alti livelli di stress lavorando sulle tue risorse e sull’organizzazione del lavoro. Eventualmente quando necessario ricorri a tecniche olistiche di gestione dello stress, come la respirazione profonda, la mindfulness o lo yoga;
  • creazione di un clima positivo: poniti le giuste domande ed approcciati con empatia e collaborazione nei confronti dei tuoi colleghi per evitare la creazione di un ambiente tossico;
  • equilibrio tra lavoro e vita personale: stabilisci confini chiari tra lavoro e vita personale e cerca di mantenere un equilibrio sano tra i due. Prenditi del tempo libero quando ne hai bisogno e non trascurare gli altri aspetti della tua vita al di fuori del lavoro, tieni sempre bene a mente le tue esigenze personali;
  • comunicazione: comunica apertamente con i tuoi colleghi, superiori o collaboratori riguardo le tue esigenze, limiti e aspettative. Chiedi aiuto quando ne hai bisogno e non esitare a delegare compiti quando possibile;
  • obiettivi realistici: imposta obiettivi realistici e raggiungibili per evitare di sentirti sopraffatto dalle aspettative irrealistiche ed eccessivo perfezionismo.

Il burnout è una condizione seria che può avere un impatto significativo sulla nostra salute e sulla nostra carriera. Prendere misure preventive per gestire lo stress, promuovere un clima aziendale positivo, potenziare le risorse personali e di team, oltreché mantenere un equilibrio sano tra lavoro e vita personale è fondamentale per prevenire il burnout e massimizzare il nostro benessere complessivo. Ricorda sempre di ascoltare il tuo corpo e le tue esigenze e di cercare aiuto quando ne hai bisogno.

P.S.

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Nel corso della mia esperienza professionale sono entrata in contatto con tante aziende e tantissime persone.

Ho conosciuto multinazionali con centinaia di dipendenti e aziende familiari composte solo dall’imprenditore e un numero ristrettissimo di collaboratori. Ho lavorato con aziende operanti in diversi settori (moda, digital, commercio, impiantistica, meccanica, food, beverage, turismo e formazione). Sono passata da studi professionali di trenta persone a studi dove di professionisti ce n’erano a malapena quattro o cinque; da studi con procedure blindatissime a studi dove tutti facevano un po’ di tutto.

Modellare e ricalibrare era all’ordine del giorno. Adattare ogni volta le proprie conoscenze e le proprie abilità al contesto di riferimento era indispensabile. Tanto studio, tanto ascolto e tanta empatia per comprendere al meglio le esigenze di ogni singola azienda, metodo e competenza per creare relazioni di stima e fiducia reciproca, comunicazione mirata per condividere informazioni e dati verso l’alto e verso il basso dell’organizzazione.

Da manager la gestione del team e la soddisfazione del cliente erano una mia responsabilità, saper comunicare in maniera efficace è stato fondamentale, bisogna capirsi per poter dare ognuno il massimo contributo. L’imprenditore parla una lingua, l’impiegato un’altra e il collega un’altra ancora. Decifrare le loro rispettive necessità e raggiungere il risultato nel minor tempo possibile, era il mio obiettivo. La mia consulenza si muoveva trasversalmente tra aspetti contabili, fiscali e finanziari. Alla consulenza day-by-day affiancavo quella sulle operazioni di finanza straordinaria (acquisizioni, fusioni, scissioni ecc.), il contenzioso tributario e le cariche da revisore legale e membro di collegi sindacali.

Senza una buona dose di attenzione all’obiettivo, ascolto attivo, intelligenza emotiva, problem solving, comunicazione efficace e mediazione non ce l’avrei mai fatta. Le competenze tecniche in questi casi da sole non bastano, sono necessarie ma non sufficienti. Bisogna lavorare su sé stessi, ancor prima che sugli altri, per poter creare relazioni e team che funzionino.

Quasi inconsapevolmente, mi sono ritrovata quindi a lavorare sulle cosiddette “soft skills”: le competenze trasversali, ossia le abilità personali, interpersonali e comunicative che aiutano una persona a lavorare efficacemente con gli altri e non sono legate a una competenza professionale o tecnica specifica. Le soft skills hanno il potere di cambiare radicalmente il modo di lavorare e di conseguenza le performance. Permettono di ridurre i tempi di raggiungimento degli obiettivi e di mantenere saldo il team anche nei periodi di forte stress.

Le soft skills si suddividono approssimativamente in tre categorie: competenze personali, sociali e metodologiche. Tra quelle principali ritroviamo ad esempio l’ascolto, l’empatia, la comunicazione efficace, la gestione del tempo e dello stress, la leadership, ecc.

Un programma dedicato allo sviluppo delle competenze trasversali dei collaboratori porta numerosi benefici all’azienda:

▪       maggiore produttività; 

▪       rafforzamento della cultura aziendale;

▪       migliori processi decisionali;

▪       ambiente di lavoro sano;

▪       miglior servizio clienti.

Un articolo della MIT Sloan school of management riporta quanto segue. I benefici della formazione delle soft skills possono essere difficili da misurare, ma una nuova ricerca rivela che può portare un sostanziale ritorno sull’investimento per i datori di lavoro, a vantaggio anche dei dipendenti. Con uno studio condotto da tre università (MIT, University of Michigan, e Boston College) in partnership con Shahi Exports (un produttore di abbigliamento Indiano), i ricercatori hanno scoperto che un programma di formazione sulle soft skills della durata di dodici mesi incentrato sulla comunicazione, il problem solving e il processo decisionale, la gestione del tempo e dello stress, l’alfabetizzazione finanziaria, l’alfabetizzazione legale e i diritti sociali, nonché l’eccellenza nell’esecuzione, ha prodotto notevoli risultati. Confrontando i costi finali del programma con l’aumento dei ricavi, i ricercatori hanno scoperto che la formazione sulle soft skills in azienda ha reso circa il 250% dell’investimento entro otto mesi dalla sua conclusione.

Per il Stanford Research Institute International il 75% del successo di lungo periodo sul posto di lavoro si basa sulla padronanza di soft skills e solo il 25% del successo lavorativo deriva da competenze tecniche o hard skills. 

LinkedIn ha recentemente pubblicato un elenco delle soft skills più ricercate, e le capacità di leadership, comunicazione, collaborazione e gestione del tempo sono emerse come le competenze che i datori di lavoro cercano più attivamente, i più evoluti saranno quindi quelli che prima riusciranno ad accaparrarsi i migliori talenti sul mercato.

Lavorare sulle soft skills può dunque rivelarsi altamente vincente per l’azienda, a tutto vantaggio del manager che potrà dedicarsi maggiormente allo sviluppo del business anziché al problem solving.

L’obiettivo del manager/leader è quindi quello di vedere il quadro d’insieme, sapersi relazionare e orientare le persone verso la cooperazione e la sinergia, coinvolgendole passo dopo passo.

“Dimmi e io dimentico, insegnami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”, disse B. Franklin.

Come in un allenamento agonistico, le competenze e la capacità di fare squadra devono essere tenute in esercizio, vanno affinate giorno dopo giorno con l’esperienza. Un leader deve impegnarsi in questo, deve essere sempre informato e in prima linea nella gestione delle dinamiche che portano alla creazione di sinergia tra le persone della propria squadra, deve tirar fuori le sue migliori qualità per apprendere come fare e in questo spesso può tornare utile l’affiancamento di un coach.

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Da ragazzina ho praticato diversi sport, dalla pallavolo alla danza, dal nuoto al ciclismo, ma iniziavo e dopo non molto mi toccava lasciare perché da figlia di genitori entrambi lavoratori a tempo pieno spesso mi ritrovavo senza passaggio per raggiungere la palestra.

Sebbene non fosse il mio sport preferito, il ciclismo tra tutti è quello che ho iniziato e portato avanti per più tempo.  È stato lo sport che mio fratello ha praticato per circa 15 anni, uno sport estivo che aveva dietro un’organizzazione tra staff e genitori per la quale non c’erano problemi di gestione degli allenamenti e delle gare. Sapevo benissimo non era lo sport più adatto a me, sono sempre stata una bimba con qualche chilo in più e su tre bambine partecipanti arrivavo quasi sempre terza, diciamo quindi che non era per me una fonte di grandi soddisfazioni sportive.

Eppure, io quello sport l’ho sempre vissuto bene, nonostante quel senso di fatica estrema, le gocce di sudore che ad ogni allenamento mi permeavano il viso e quelle gambe pesanti che ad un certo punto sembravano non volessero più andare avanti, io c’ero. Il senso di appartenenza e di squadra che si era creato tra bambini e genitori era fortissimo, ogni incontro era un momento di condivisione, ci si faceva forza a vicenda accogliendo i momenti no, supportando chi era in difficoltà e festeggiando chi era vittorioso.

Questa mia esperienza mi ha portato ad una riflessione. Quando ci troviamo coinvolti in una sfida sportiva, un colloquio di lavoro cruciale, una performance per un evento speciale o anche nel tentativo di conquistare il cuore di qualcuno che ci interessa, mettiamo in gioco tutta la nostra passione, energia, concentrazione, disciplina e capacità organizzative.

Durante questo processo, impariamo la pazienza, affrontiamo le difficoltà con determinazione, gioiamo dei progressi e ci sforziamo di affinare le nostre abilità per migliorare le nostre prestazioni. Nel perseguire l’obiettivo di eccellere, non solo ci impegniamo a superare gli altri, ma anche a superare noi stessi, spingendo costantemente i limiti dei nostri sogni verso l’alto. È vero che la competizione può portare con sé aspetti negativi, spesso alimentati dall’invidia e dalla rivalità distruttiva, ma concentriamoci sugli aspetti positivi che essa può offrire. Non nego l’esistenza di queste dinamiche dannose, ma ritengo che ogni esperienza, anche la sfida più impegnativa, possa offrirci l’opportunità di apprendere e avvicinarci di più a noi stessi. Nella competizione impariamo molto su di noi, liberando parti che potrebbero rimanere sopite in tempi di tranquillità.

Questi aspetti “guerrieri” della nostra personalità, che troppo spesso vengono ignorati o repressi per paura del fallimento o del giudizio, nella competizione vengono fuori dotandoci di forza, vigore e concentrazione. Ci fanno uscire dalla nostra comfort zone, spingendoci a lottare con grinta, orgoglio, determinazione e amore per noi stessi. In questo senso, la competizione può essere considerata una fonte di bellezza: ci offre la possibilità di confrontarci con gli altri, trarre ispirazione e motivazione per superare i nostri limiti. Nella competizione, la bellezza si manifesta in almeno tre modi: quando raggiungiamo il traguardo, durante il percorso e nell’armonia che si crea e si diffonde nel mondo grazie ai nostri sforzi.

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Quando ci troviamo di fronte a decisioni importanti o situazioni complesse, può essere difficile capire quale strada seguire: quella indicata dal nostro sesto senso o quella dettata dal senso del dovere.

Il sesto senso è quel senso di intuizione profonda che ci guida senza una logica apparente. È quella voce interiore che ci avverte di fare o evitare qualcosa, anche quando non ci sono prove tangibili a sostegno della nostra decisione. È una sensazione istintiva che deriva da una combinazione di esperienza passata, percezioni inconsce e sensibilità emotiva.

D’altra parte, il senso del dovere è il nostro senso di responsabilità e obbligo verso gli altri o verso noi stessi. È il rispetto delle norme sociali, delle regole e degli impegni presi. È ciò che ci spinge a fare ciò che riteniamo giusto o necessario, anche se non è necessariamente ciò che desideriamo o sentiamo nel profondo.

Quando ci troviamo di fronte a una decisione difficile, come scegliamo tra queste due forze guida. Mi ricordo di due momenti ben precisi in cui mi sono ritrovata davanti a questo interrogativo:

  1. La scelta dell’università, nel 2006;
  2. La decisione se cambiare o meno lavoro, nel 2023.

Da piccola se qualcuno mi avesse chiesto cosa volessi fare da grande, sicuramente non avrei risposto la commercialista. Tuttavia, il mio senso del dovere e la mia voglia di indipendenza, mi portarono ad accogliere il suggerimento delle persone a me più vicine in merito al percorso universitario: con una laurea in economia non avrei fatto fatica a trovare lavoro.

Il mio sogno era un altro, ma il bisogno di realizzazione era più forte e così mi sono laureata in economia e commercio e poi abilitata a dottore commercialista e revisore legale. Grazie a questa scelta ho acquisito la mia totale indipendenza, mi sono sentita economicamente realizzata e finalmente ho potuto dare sfogo a tutti quei desideri che per tanto tempo avevo solo idealizzato, primo fra tutti viaggiare. Ho visitato diverse parti del mondo, dall’America all’oriente, dai tropici alle piccole e grandi capitali.

Ma nel 2021, quando è arrivata mia figlia, qualcosa è cambiato. Ho iniziato ad avvertire la necessità di tornare a dedicarmi a quella passione che avevo lasciato nel cassetto scegliendo di studiare economia: l’essere umano come persona e le sue relazioni. Quella parte di me che avrebbe voluto tanto studiare psicologia stava tornando a farsi viva. Volevo che mio marito e mia figlia vedessero una moglie, mamma e donna innamorata e felice del proprio lavoro, volevo che chiunque intorno a me avesse la dimostrazione che seppur con un po’ di sacrificio iniziale, è possibile fare della propria passione un lavoro.

Certo, ormai la mia identità lavorativa era chiara ed affermata: dottore commercialista in uno degli studi più affermati della città, per di più part-time per poter vivere al meglio la maternità.

Pensare ad un cambiamento non poteva che essere una follia.

Tuttavia, questa volta le cose stavano diversamente e il mio sesto senso non poteva rimanere inascoltato, ho iniziato a chiedermi cosa davvero mi appassionasse, mi facesse “volare il tempo” e ho iniziato a studiare counseling e coaching, non per farne necessariamente un lavoro, l’ho fatto in primis per me stessa, per coltivare un interesse che mi faceva stare bene. Nel frattempo ho intrapreso un percorso di coaching personale, volevo discutere e analizzare con un professionista questo mio sesto senso che mi portava a valutare un’alternativa al mio attuale lavoro, avevo bisogno di sciogliere dubbi e perplessità che da tempo mi attanagliavano ed indagare le mie attitudini.

Se dovevo dare una svolta drastica alla mia vita professionale, volevo essere sicura fosse la scelta migliore per me. Rispetto al 2006 (quando la voglia di indipendenza e realizzazione la faceva da padrona), questa volta mi sono fermata e ho deciso di analizzare quello che il sesto senso aveva da dirmi. In poco tempo tutto mi è stato più chiaro: non era necessario prendere una decisione drastica, potevo comunque rimanere accanto alle aziende ma in un’altra veste, quella più affine a me e in linea con le mie attitudini, così mi sono specializzata in business coaching.

Cosa mi ha insegnato questa esperienza? Innanzitutto che è importante ascoltare il proprio intuito. Il sesto senso spesso ci fornisce preziose informazioni che possono sfuggire alla nostra razionalità. Se proviamo un forte senso di disagio o di esitazione riguardo a una decisione, potrebbe essere il nostro istinto che ci avverte di prestare attenzione. È importante non ignorare questa voce interiore e dare il giusto peso alle nostre sensazioni. Al tempo stesso, non possiamo trascurare il senso del dovere. Esistono situazioni in cui è necessario sacrificare i nostri desideri personali in nome del bene comune o degli obblighi professionali. Ciò non significa che dobbiamo ignorare completamente il nostro sesto senso. Possiamo trovare un equilibrio tra il rispetto degli impegni presi e l’ascolto delle nostre intuizioni, cercando soluzioni che soddisfino entrambi i fronti.

Come coach, incoraggio i miei clienti a praticare la consapevolezza e la riflessione prima di prendere decisioni importanti, chiediti:

  1. quali sono le tue motivazioni profonde;
  2. quali sono i tuoi valori;
  3. quali sono le conseguenze delle tue azioni.

Integra il tuo sesto senso con il senso del dovere, lavorando verso una decisione che sia autentica, responsabile e in linea con il tuo scopo. Ricorda che non esiste una risposta giusta o sbagliata quando si tratta di seguire il proprio sesto senso o il proprio senso del dovere. Ogni situazione è unica e richiede una valutazione ad hoc. Ciò che conta davvero è essere consapevoli delle proprie scelte e agire in modo coerente con ciò che in quel momento sentiamo sia giusto per noi stessi e per gli altri. La prossima volta che ti troverai ad affrontare un dilemma tra il tuo sesto senso e il tuo senso del dovere, ricorda quindi di ascoltare te stesso, rifletti sulle tue motivazioni e agisci con integrità nel rispetto dei tuoi valori.

Il coaching ci insegna che la risposta che cerchiamo è già dentro di noi, dobbiamo solo farla emergere.

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Se dovessi pensare a come sono arrivata ad essere la persona che sono oggi, mi vengono in mente tanti momenti della mia infanzia e della mia adolescenza in cui mi sono sentita “non abbastanza”. Non abbastanza brava, non abbastanza bella, non abbastanza benestante, non abbastanza in centro città, non abbastanza figlia di genitori presenti, non abbastanza estroversa ecc. ecc. Ad ognuno di questi “non abbastanza” ricollego rinunce ben precise.

I miei genitori arrivavano da famiglie umili composte da tanti figli. Per loro la rinuncia era naturale, non c’erano le condizioni per pensare che le cose sarebbero potute andare diversamente, etica ed umiltà erano i valori primari e i sacrifici erano indispensabili per la creazione di una stabilità familiare e sociale, ancor prima che economica. I modelli di riferimento erano sempre gli stessi: “il bravo bimbo” e il “gran lavoratore”.

La ricerca della perfezione per me era una costante, non c’era riconoscimento senza perfezione, e non c’era felicità senza riconoscimento. Ad ogni “devi fare…”, “attenta a come ti comporti…”, “questo no…” io provavo però un senso di sofferenza e disapprovazione. Mi sentivo afflitta e al tempo stesso arrabbiata per tutte le rinunce che ero costretta a fare, volevo pensare che potesse esistere qualcosa di diverso, che facendo qualcosa di diverso si potesse arrivare a qualcosa di diverso. Ero sempre alla ricerca della mia nuova opportunità.

Fu così che a 15 anni, contro la volontà dei miei genitori, decisi di trovarmi un lavoretto. Durante gli anni del liceo nel weekend lavoravo come cameriera in pizzeria. Fu la mia prima grande conquista, con un pizzico di coraggio e un po’ di caparbietà mi stavo guadagnando la possibilità di iniziare a fare qualche mia piccola scelta.

L’odore del forno a legna, il profumo delle pizze appena sfornate, il vocio allegro dei clienti e quei tavoli ben imbanditi… Fin dalle prime serate ho avvertito una bella sensazione di benessere, il lavoro mi piaceva, faticoso sicuramente, ma ogni singola persona, con la propria personalità, weekend dopo weekend, mi stava arricchendo e senza saperlo mi stava restituendo una grande consapevolezza: non era proprio così vero che non ero abbastanza. In molti apprezzavano quello che per me era scontato e non rilevante: la cortesia, la gentilezza, il sorriso, la velocità e l’accuratezza.

Così presa da gestire con puntualità gli ordini, il giudizio altrui era inconsciamente passato in secondo piano. La consapevolezza di essere una giovane apprendista mi permetteva di “sbagliare”, e questo mi sollevava, mi faceva sentire più leggera. Troppo spesso siamo duri con noi stessi, ci critichiamo e ci giudichiamo senza pietà perdendoci chi siamo davvero.

Cosa succederebbe se per un attimo ci dimenticassimo del giudizio? Se trattassimo noi stessi con la stessa gentilezza e compassione che riserviamo agli altri? Renderci “fallibili”, imparare a perdonare i nostri errori e al contempo riconoscere i nostri successi e celebrare i nostri progressi, può aiutarci a superare il senso di inadeguatezza.

È importante ricordare che il successo non è una linea retta. Ci saranno alti e bassi lungo il percorso, e ciò che conta è la nostra resilienza nel continuare a spingerci avanti nonostante le sfide. Se capiamo che ogni errore commesso è una lezione imparata ci riscopriremo inconsapevolmente più forti e più capaci di affrontare le sfide future.

Chiediti cosa puoi imparare da ogni esperienza.

Chiediti chi passato qualche tempo si ricorderà davvero di quell’errore.

Chiediti cosa puoi fare per sviluppare le tue competenze e aumentare la fiducia in te stesso.

Forse potresti investire in formazione aggiuntiva, cercare il supporto di un coach o concentrarti su piccoli obiettivi che ti aiutino a ottenere successi tangibili, ricorda: sei più di quanto pensi di essere. Hai talenti unici, esperienze preziose e una prospettiva unica da offrire al mondo, devi solo rendertene conto.

Abbraccia la tua autenticità e abbi fiducia nel tuo valore. Solo allora potrai veramente superare quel sentirsi “non abbastanza” e realizzare il tuo pieno potenziale. Mettici anche un pizzico di incoscienza se serve. E alla prossima occasione in cui ti sentirai “non abbastanza”, ricorda: non sei solo, in tanti ci siamo sentiti così, non lasciare che questo sentimento ti trascini giù. Sfrutta questa opportunità per crescere, impara e diventare la migliore versione di te. Chiediti qual è il metodo migliore per farlo e agisci.

Non dimenticare che sei più che abbastanza: sei unico.

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