In questo articolo voglio condividere con voi un argomento che fa molto discutere, divide e spesso è avvolto da miti e fraintendimenti, quando invece ha un incredibile valore: la maternità. E nello specifico la maternità in ambito professionale.

Sono io stessa una mamma e nella mia carriera ho avuto il privilegio di lavorare con molte donne che sono madri o che stanno valutando se diventarlo.

È un argomento che mi sta particolarmente a cuore, poiché vedo molte donne affrontare sfide e pregiudizi che spesso non sono fondati sulla realtà e imprenditori preoccupati per le ripercussioni che la maternità delle proprie collaboratrici può avere sulle performance aziendali.

Voglio, quindi, condividere con voi il valore della maternità sfatando uno dei principali falsi miti esistenti in materia: la maternità limita le opportunità professionali delle donne

Questo è un mito diffuso che purtroppo continua ad essere perpetuato nella società.

Cresciamo pensando che occuparsi dei figli e realizzarsi pienamente sul lavoro siano strade in conflitto, che non possono essere percorse entrambe. Ogni donna allora, soprattutto intorno ai 30 anni, quando dopo gli studi, magari stage, tirocini ecc. finalmente inizia a intravedere le prime soddisfazioni lavorative, finisce con il ritrovarsi di fronte ad una scelta: la famiglia o la carriera.

Ma le scienze biologiche, le scienze umane, e non da ultimo i dati statistici, raccontano un’altra storia, molto più bella e a lieto fine.

Diventare genitori può fornire competenze e risorse capaci di renderci più forti, autonomi e determinati.

L’idea che diventare madre sia sinonimo di una carriera stagnante, di minori rendimenti o di un rallentamento delle opportunità professionali è quindi sbagliata.

Buttiamo via le vecchie regole e i vecchi stereotipi e guardiamo la realtà.

La maternità di fatto trasforma una donna, da individuo autonomo, con una vita semplice, che ruota intorno alle proprie esigenze e ai propri ritmi, a individuo nel centro involontario di un universo complesso, cui imprevedibilmente e improvvisamente tutti si rivolgono per qualunque decisione che riguardi il bambino.

Pensare solo per sé stesse, tutt’al più coordinarsi con un’altra persona autosufficiente (il proprio compagno) è un’attività che gode di tempi ampi e tollera margini di errore e aggiustamenti last minute.

Appena nasce un bambino, invece, persino le preparatissime ostetriche ospedaliere iniziano a rivolgersi alla neomamma per sapere cosa fare: se tenere il bimbo in camera o portarlo al nido, se desidera allattarlo, quali vestitini mettergli, e così via.

Da quel momento in poi, è una folle discesa verso un groviglio di decisioni continue, su ogni tema e argomento, per ogni minuto e funzione della vita del bambino.

Insomma, una sostanziale ristrutturazione di sé e del proprio assetto mentale, a cui tutti i corsi di questo mondo non riescono a sopperire. Prendere così tante decisioni è un allenamento senza precedenti per sviluppare la capacità di analisi delle informazioni e del contesto e imparare a trovare soluzioni rapide e, col tempo, sempre più efficaci (es. il bambino piange, avrà sonno? Fame? Dolore? Sono sola, come faccio??).

Se ci pensiamo, un manager, d’altro canto cosa fa in termini di soft skills se non destreggiarsi tra le mille informazioni, analizzarle, decidere e sviluppare il multitasking? In questo senso sei già manager e non lo sai: quando un bambino entra in casa, con lui entra anche una scuola di management.

La maternità è fonte di ispirazione, di forza e di crescita sia per le donne che per le loro carriere.

Per i datori di lavoro la maternità rappresenta una grande opportunità di attingere a competenze non riconosciute ma già disponibili e tutte da mettere in gioco.

Certo, non nego che a tutto ciò spesso si accompagna la necessità di una maggiore flessibilità in termini di orario e organizzazione, ma questo attiene al “come”, che valuteremo tra poco, ora rimaniamo concentrati sul “cosa”.

Sfatiamo il mito: cosa la maternità genera, quali sono nello specifico le risorse che possono dare un contribuito positivo alla carriera?

Competenze acquisite: la capacità di gestire il tempo, stabilire priorità, risolvere i problemi, multitasking e mantenere la calma sotto pressione (es. bambino lamentoso o che piange mentre c’è altro di urgente da sbrigare).

Motivazione e determinazione: essere responsabili di un altro essere umano richiede una grande motivazione e determinazione. Le madri imparano cosa voglia dire ascoltare e prendersi cura anche dei bisogni dell’altro, spesso sviluppano una forte resilienza e determinazione nel perseguire i loro obiettivi, imparano ad andare oltre le avversità e le complicazioni di qualsiasi genere. Inoltre spesso lavorano non solo per sé stesse, ma anche per il benessere dei propri figli, quindi la motivazione di far bene diventa ancora più forte.

Creatività e pensiero laterale: la maternità spesso spinge le donne a pensare in modo creativo e fuori dagli schemi per risolvere i problemi quotidiani. Insegna a gestire l’imprevisto e i cambiamenti repentini, lo schema che ha funzionato per tre giorni al quarto magari non funziona più e bisogna inventarsi un altro modo per far mangiare o dormire il bambino.

Networking: essere parte di una rete di genitori può essere incredibilmente vantaggioso dal punto di vista professionale. Le madri spesso si collegano con altre persone che condividono le loro esperienze e possono offrire sostegno e opportunità di crescita professionale.

In altre parole, è importante smettere di perpetuare il falso mito che la maternità limiti le opportunità professionali delle donne. La realtà è che diventare madre può arricchire e potenziare le carriere femminili in modi che spesso vengono trascurati.

Come coach, incoraggio tutti gli imprenditori e le donne a riconoscere il valore delle esperienze di maternità e a utilizzarle come fonte di forza e di crescita nella vita aziendale.

È fondamentale che i datori di lavoro riconoscano il valore aggiunto che le madri portano con sé ed è a tutto vantaggio dell’azienda adottare politiche che favoriscano la conciliazione tra lavoro e famiglia. Si pensi a come lavorerà una mamma serena e soddisfatta e a quanto attrattivo nei confronti di nuovi talenti potrà essere il suo racconto portato all’esterno.

Tornando dunque al tema del “come”, flessibilità nell’orario di lavoro, possibilità di lavoro da remoto e programmi di supporto per la cura dei figli sono solo alcune delle iniziative che possono aiutare le madri a prosperare sia sul fronte professionale che su quello personale.

Per capire cosa realmente può essere più utile per lo specifico contesto aziendale di riferimento, è necessario iniziare ad ascoltare le lavoratrici e sulla base dei loro racconti trovare la chiave per garantire la miscela perfetta tra il tecnicismo delle necessità aziendali e la valorizzazione e soddisfazione delle mamme. I bisogni aziendali rappresentano sicuramente i confini dentro i quali muoversi, ma non devono rappresentare la scusante per rimanere inerti.

In conclusione, le madri hanno tanto da offrire al mondo del lavoro, e quando le aziende riconoscono e valorizzano il loro contributo, tutti ne traggono beneficio.

È tempo di abbracciare la maternità come un asset prezioso e di creare un ambiente lavorativo più inclusivo e sostenibile per tutte le donne.

Il termine “burnout” è diventato sempre più comune nel mondo del lavoro, ma cosa significa veramente?

Il burnout non è semplicemente sentirsi stanchi o stressati; è una condizione di esaurimento fisico, mentale ed emotivo causata da stress cronico legato al lavoro. In questo articolo, esploreremo più approfonditamente cos’è il burnout, i suoi sintomi e le strategie per prevenirlo.

Cos’è il burnout

Il burnout non è, come spesso si pensa, una semplice conseguenza dello stress lavorativo occasionale ma, piuttosto, una condizione che si sviluppa nel tempo a causa di uno stress prolungato e non gestito. Si manifesta con una sensazione di esaurimento emotivo, cinismo e distacco dal lavoro, nonché una diminuzione dell’efficacia professionale. In sostanza, il burnout si traduce in una perdita di energia, motivazione e interesse per ciò che solitamente ci appassiona.

Sintomi del burnout

Avete presente quando si va a letto la sera con la nausea al pensiero che l’indomani si debba andare al lavoro? Quando si dorme male e al mattino si farebbe di tutto pur di non alzarsi? Quando nemmeno l’idea di una bella giornata a contatto con le proprie passioni è più sufficiente a farci tornare il sorriso che il lavoro ci ha tolto? Quando si scoppia in pianti improvvisi dallo stress e ci si sente scoppiare dentro al pensiero di dover affrontare quella determinata pratica?

Ecco in questi casi bisogna chiedersi se siamo in una situazione di elevato tasso di stress occasionale oppure in una condizione di burnout. 

Questi sono solo alcuni esempi, i sintomi del burnout possono manifestarsi in diversi modi e possono variare da persona a persona. Tuttavia, alcuni segnali comuni includono:

  • esaurimento emotivo: sentirsi emotivamente esausti, svuotati e incapaci di affrontare le richieste del lavoro;
  • cinismo e distacco: sentirsi distaccati dal lavoro, dai colleghi e dai compiti che solitamente ci interessano;
  • diminuzione dell’efficacia professionale: sperimentare una diminuzione della produttività, della qualità del lavoro e della motivazione;
  • problemi fisici e mentali: esperienza di disturbi del sonno, mal di testa, ansia, depressione o altri problemi fisici e mentali correlati allo stress cronico.

Secondo un sondaggio condotto da McKinsey Health institute su 30.000 lavoratori in 30 Paesi, il 22% dei lavoratori a livello globale sperimenta sintomi di burnout. In Italia il 16% dei lavoratori ha segnalato sintomi di burnout.

Come Prevenire il Burnout

Prevenire il burnout è fondamentale per mantenere il nostro benessere mentale e fisico e massimizzare la nostra produttività. Alcune strategie utili includono:

  • autocura: rivedi la gestione del tuo tempo prevedendo ogni giorno una finestra da dedicare alle attività che ti rilassano e ti riempiono di energia, come lo sport, la meditazione o la lettura;
  • gestione dello stress: impara a prevenire alti livelli di stress lavorando sulle tue risorse e sull’organizzazione del lavoro. Eventualmente quando necessario ricorri a tecniche olistiche di gestione dello stress, come la respirazione profonda, la mindfulness o lo yoga;
  • creazione di un clima positivo: poniti le giuste domande ed approcciati con empatia e collaborazione nei confronti dei tuoi colleghi per evitare la creazione di un ambiente tossico;
  • equilibrio tra lavoro e vita personale: stabilisci confini chiari tra lavoro e vita personale e cerca di mantenere un equilibrio sano tra i due. Prenditi del tempo libero quando ne hai bisogno e non trascurare gli altri aspetti della tua vita al di fuori del lavoro, tieni sempre bene a mente le tue esigenze personali;
  • comunicazione: comunica apertamente con i tuoi colleghi, superiori o collaboratori riguardo le tue esigenze, limiti e aspettative. Chiedi aiuto quando ne hai bisogno e non esitare a delegare compiti quando possibile;
  • obiettivi realistici: imposta obiettivi realistici e raggiungibili per evitare di sentirti sopraffatto dalle aspettative irrealistiche ed eccessivo perfezionismo.

Il burnout è una condizione seria che può avere un impatto significativo sulla nostra salute e sulla nostra carriera. Prendere misure preventive per gestire lo stress, promuovere un clima aziendale positivo, potenziare le risorse personali e di team, oltreché mantenere un equilibrio sano tra lavoro e vita personale è fondamentale per prevenire il burnout e massimizzare il nostro benessere complessivo. Ricorda sempre di ascoltare il tuo corpo e le tue esigenze e di cercare aiuto quando ne hai bisogno.

P.S.

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Nel corso della mia esperienza professionale sono entrata in contatto con tante aziende e tantissime persone.

Ho conosciuto multinazionali con centinaia di dipendenti e aziende familiari composte solo dall’imprenditore e un numero ristrettissimo di collaboratori. Ho lavorato con aziende operanti in diversi settori (moda, digital, commercio, impiantistica, meccanica, food, beverage, turismo e formazione). Sono passata da studi professionali di trenta persone a studi dove di professionisti ce n’erano a malapena quattro o cinque; da studi con procedure blindatissime a studi dove tutti facevano un po’ di tutto.

Modellare e ricalibrare era all’ordine del giorno. Adattare ogni volta le proprie conoscenze e le proprie abilità al contesto di riferimento era indispensabile. Tanto studio, tanto ascolto e tanta empatia per comprendere al meglio le esigenze di ogni singola azienda, metodo e competenza per creare relazioni di stima e fiducia reciproca, comunicazione mirata per condividere informazioni e dati verso l’alto e verso il basso dell’organizzazione.

Da manager la gestione del team e la soddisfazione del cliente erano una mia responsabilità, saper comunicare in maniera efficace è stato fondamentale, bisogna capirsi per poter dare ognuno il massimo contributo. L’imprenditore parla una lingua, l’impiegato un’altra e il collega un’altra ancora. Decifrare le loro rispettive necessità e raggiungere il risultato nel minor tempo possibile, era il mio obiettivo. La mia consulenza si muoveva trasversalmente tra aspetti contabili, fiscali e finanziari. Alla consulenza day-by-day affiancavo quella sulle operazioni di finanza straordinaria (acquisizioni, fusioni, scissioni ecc.), il contenzioso tributario e le cariche da revisore legale e membro di collegi sindacali.

Senza una buona dose di attenzione all’obiettivo, ascolto attivo, intelligenza emotiva, problem solving, comunicazione efficace e mediazione non ce l’avrei mai fatta. Le competenze tecniche in questi casi da sole non bastano, sono necessarie ma non sufficienti. Bisogna lavorare su sé stessi, ancor prima che sugli altri, per poter creare relazioni e team che funzionino.

Quasi inconsapevolmente, mi sono ritrovata quindi a lavorare sulle cosiddette “soft skills”: le competenze trasversali, ossia le abilità personali, interpersonali e comunicative che aiutano una persona a lavorare efficacemente con gli altri e non sono legate a una competenza professionale o tecnica specifica. Le soft skills hanno il potere di cambiare radicalmente il modo di lavorare e di conseguenza le performance. Permettono di ridurre i tempi di raggiungimento degli obiettivi e di mantenere saldo il team anche nei periodi di forte stress.

Le soft skills si suddividono approssimativamente in tre categorie: competenze personali, sociali e metodologiche. Tra quelle principali ritroviamo ad esempio l’ascolto, l’empatia, la comunicazione efficace, la gestione del tempo e dello stress, la leadership, ecc.

Un programma dedicato allo sviluppo delle competenze trasversali dei collaboratori porta numerosi benefici all’azienda:

▪       maggiore produttività; 

▪       rafforzamento della cultura aziendale;

▪       migliori processi decisionali;

▪       ambiente di lavoro sano;

▪       miglior servizio clienti.

Un articolo della MIT Sloan school of management riporta quanto segue. I benefici della formazione delle soft skills possono essere difficili da misurare, ma una nuova ricerca rivela che può portare un sostanziale ritorno sull’investimento per i datori di lavoro, a vantaggio anche dei dipendenti. Con uno studio condotto da tre università (MIT, University of Michigan, e Boston College) in partnership con Shahi Exports (un produttore di abbigliamento Indiano), i ricercatori hanno scoperto che un programma di formazione sulle soft skills della durata di dodici mesi incentrato sulla comunicazione, il problem solving e il processo decisionale, la gestione del tempo e dello stress, l’alfabetizzazione finanziaria, l’alfabetizzazione legale e i diritti sociali, nonché l’eccellenza nell’esecuzione, ha prodotto notevoli risultati. Confrontando i costi finali del programma con l’aumento dei ricavi, i ricercatori hanno scoperto che la formazione sulle soft skills in azienda ha reso circa il 250% dell’investimento entro otto mesi dalla sua conclusione.

Per il Stanford Research Institute International il 75% del successo di lungo periodo sul posto di lavoro si basa sulla padronanza di soft skills e solo il 25% del successo lavorativo deriva da competenze tecniche o hard skills. 

LinkedIn ha recentemente pubblicato un elenco delle soft skills più ricercate, e le capacità di leadership, comunicazione, collaborazione e gestione del tempo sono emerse come le competenze che i datori di lavoro cercano più attivamente, i più evoluti saranno quindi quelli che prima riusciranno ad accaparrarsi i migliori talenti sul mercato.

Lavorare sulle soft skills può dunque rivelarsi altamente vincente per l’azienda, a tutto vantaggio del manager che potrà dedicarsi maggiormente allo sviluppo del business anziché al problem solving.

L’obiettivo del manager/leader è quindi quello di vedere il quadro d’insieme, sapersi relazionare e orientare le persone verso la cooperazione e la sinergia, coinvolgendole passo dopo passo.

“Dimmi e io dimentico, insegnami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”, disse B. Franklin.

Come in un allenamento agonistico, le competenze e la capacità di fare squadra devono essere tenute in esercizio, vanno affinate giorno dopo giorno con l’esperienza. Un leader deve impegnarsi in questo, deve essere sempre informato e in prima linea nella gestione delle dinamiche che portano alla creazione di sinergia tra le persone della propria squadra, deve tirar fuori le sue migliori qualità per apprendere come fare e in questo spesso può tornare utile l’affiancamento di un coach.

P.S.

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