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Nel corso della mia esperienza professionale sono entrata in contatto con tante aziende e tantissime persone.

Ho conosciuto multinazionali con centinaia di dipendenti e aziende familiari composte solo dall’imprenditore e un numero ristrettissimo di collaboratori. Ho lavorato con aziende operanti in diversi settori (moda, digital, commercio, impiantistica, meccanica, food, beverage, turismo e formazione). Sono passata da studi professionali di trenta persone a studi dove di professionisti ce n’erano a malapena quattro o cinque; da studi con procedure blindatissime a studi dove tutti facevano un po’ di tutto.

Modellare e ricalibrare era all’ordine del giorno. Adattare ogni volta le proprie conoscenze e le proprie abilità al contesto di riferimento era indispensabile. Tanto studio, tanto ascolto e tanta empatia per comprendere al meglio le esigenze di ogni singola azienda, metodo e competenza per creare relazioni di stima e fiducia reciproca, comunicazione mirata per condividere informazioni e dati verso l’alto e verso il basso dell’organizzazione.

Da manager la gestione del team e la soddisfazione del cliente erano una mia responsabilità, saper comunicare in maniera efficace è stato fondamentale, bisogna capirsi per poter dare ognuno il massimo contributo. L’imprenditore parla una lingua, l’impiegato un’altra e il collega un’altra ancora. Decifrare le loro rispettive necessità e raggiungere il risultato nel minor tempo possibile, era il mio obiettivo. La mia consulenza si muoveva trasversalmente tra aspetti contabili, fiscali e finanziari. Alla consulenza day-by-day affiancavo quella sulle operazioni di finanza straordinaria (acquisizioni, fusioni, scissioni ecc.), il contenzioso tributario e le cariche da revisore legale e membro di collegi sindacali.

Senza una buona dose di attenzione all’obiettivo, ascolto attivo, intelligenza emotiva, problem solving, comunicazione efficace e mediazione non ce l’avrei mai fatta. Le competenze tecniche in questi casi da sole non bastano, sono necessarie ma non sufficienti. Bisogna lavorare su sé stessi, ancor prima che sugli altri, per poter creare relazioni e team che funzionino.

Quasi inconsapevolmente, mi sono ritrovata quindi a lavorare sulle cosiddette “soft skills”: le competenze trasversali, ossia le abilità personali, interpersonali e comunicative che aiutano una persona a lavorare efficacemente con gli altri e non sono legate a una competenza professionale o tecnica specifica. Le soft skills hanno il potere di cambiare radicalmente il modo di lavorare e di conseguenza le performance. Permettono di ridurre i tempi di raggiungimento degli obiettivi e di mantenere saldo il team anche nei periodi di forte stress.

Le soft skills si suddividono approssimativamente in tre categorie: competenze personali, sociali e metodologiche. Tra quelle principali ritroviamo ad esempio l’ascolto, l’empatia, la comunicazione efficace, la gestione del tempo e dello stress, la leadership, ecc.

Un programma dedicato allo sviluppo delle competenze trasversali dei collaboratori porta numerosi benefici all’azienda:

▪       maggiore produttività; 

▪       rafforzamento della cultura aziendale;

▪       migliori processi decisionali;

▪       ambiente di lavoro sano;

▪       miglior servizio clienti.

Un articolo della MIT Sloan school of management riporta quanto segue. I benefici della formazione delle soft skills possono essere difficili da misurare, ma una nuova ricerca rivela che può portare un sostanziale ritorno sull’investimento per i datori di lavoro, a vantaggio anche dei dipendenti. Con uno studio condotto da tre università (MIT, University of Michigan, e Boston College) in partnership con Shahi Exports (un produttore di abbigliamento Indiano), i ricercatori hanno scoperto che un programma di formazione sulle soft skills della durata di dodici mesi incentrato sulla comunicazione, il problem solving e il processo decisionale, la gestione del tempo e dello stress, l’alfabetizzazione finanziaria, l’alfabetizzazione legale e i diritti sociali, nonché l’eccellenza nell’esecuzione, ha prodotto notevoli risultati. Confrontando i costi finali del programma con l’aumento dei ricavi, i ricercatori hanno scoperto che la formazione sulle soft skills in azienda ha reso circa il 250% dell’investimento entro otto mesi dalla sua conclusione.

Per il Stanford Research Institute International il 75% del successo di lungo periodo sul posto di lavoro si basa sulla padronanza di soft skills e solo il 25% del successo lavorativo deriva da competenze tecniche o hard skills. 

LinkedIn ha recentemente pubblicato un elenco delle soft skills più ricercate, e le capacità di leadership, comunicazione, collaborazione e gestione del tempo sono emerse come le competenze che i datori di lavoro cercano più attivamente, i più evoluti saranno quindi quelli che prima riusciranno ad accaparrarsi i migliori talenti sul mercato.

Lavorare sulle soft skills può dunque rivelarsi altamente vincente per l’azienda, a tutto vantaggio del manager che potrà dedicarsi maggiormente allo sviluppo del business anziché al problem solving.

L’obiettivo del manager/leader è quindi quello di vedere il quadro d’insieme, sapersi relazionare e orientare le persone verso la cooperazione e la sinergia, coinvolgendole passo dopo passo.

“Dimmi e io dimentico, insegnami e io ricordo, coinvolgimi e io imparo”, disse B. Franklin.

Come in un allenamento agonistico, le competenze e la capacità di fare squadra devono essere tenute in esercizio, vanno affinate giorno dopo giorno con l’esperienza. Un leader deve impegnarsi in questo, deve essere sempre informato e in prima linea nella gestione delle dinamiche che portano alla creazione di sinergia tra le persone della propria squadra, deve tirar fuori le sue migliori qualità per apprendere come fare e in questo spesso può tornare utile l’affiancamento di un coach.

P.S.

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